La discarica che non sarebbe mai dovuta nascere


Il 16 ottobre 2015, ho presentato come primo firmatario l'atto di sindacato ispettivo n. 5-06688 (rimasto per giunta senza risposta) attraverso cui ho denunciato uno strano picco di malattie alla tiroide e di un particolare tipo di tumore riscontrabile solo in luoghi fortemente inquinati, e in particolare nelle popolazioni che vivono in prossimità della discarica di Celico (CS). L'impianto sorge a ridosso del Parco nazionale della Sila, a circa 500 metri di distanza da centri abitati, a un'altitudine di 800 metri, a ridosso dei torrenti Pinto e Cannavino.

L'area, classificata a rischio sismico di 1° categoria – con una faglia sismica che passa nei pressi della discarica –, è tutelata per legge in quanto «area di ricarica degli acquiferi» – ovvero si tratta di una zona che svolge una funzione fondamentale per assicurare acqua potabile a tutta l'area urbana Cosenza-Rende – ed è sottoposta a vincolo idrogeologico, mentre il vasto bosco interessato è sottoposto a tutela paesaggistico-ambientale; si tratta di condizioni che avrebbero dovuto scoraggiare il rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione della suddetta discarica.

Infatti, il decreto legislativo n. 36 del 2003, in attuazione della direttiva europea sulle discariche di rifiuti, prevede che «gli impianti non vanno ubicati di norma in aree interessate da fenomeni quali faglie attive, aree a rischio sismico di 1a categoria».

La rivista on-line di divulgazione scientifica Peopleconomy, riporta in un articolo: «al riguardo, il d.lgs. 152/2006 prevede che le autorità competenti determinino le prescrizioni necessarie per la conservazione e la tutela della risorsa e per il controllo delle caratteristiche qualitative delle acque destinate al consumo umano. E’ evidente quindi il primario interesse di legge a tutelare la salute delle acque, perché l’eventualità di falde inquinate avrebbe impatti negativi sulla vita di centinaia di migliaia di persone. Tali zone di protezione devono essere delimitate in modo da assicurare la protezione del patrimonio idrico, ed è molto strano che negli strumenti urbanistici (comunali, provinciali, regionali, generali e di settore) vengano adottate limitazioni o prescrizioni per gli insediamenti civili, produttivi, turistici, agro-forestali e zootecnici, ma non per l’apertura di discariche».

In questi giorni la regione Calabria ha ordinato la sospensione dei conferimenti di rifiuti presso la discarica di Celico, comunicando la necessità di «procedere alle necessarie verifiche tecniche di rispondenza dell'impianto alle norme vigenti ed alle prescrizioni contenute nell'Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA)». La decisione è stata presa in considerazione delle «pesanti emissioni odorigene provenienti dall'impianto situato in contrada San Nicola di Celico, che hanno creato una situazione non più sopportabile per le popolazioni interessate soprattutto in alcuni periodi dell'anno e in alcune fasce orarie della giornata».

Attraverso una nuova interrogazione parlamentare ho chiesto al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e al Ministro dei beni culturali "quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo in relazione al vincolo paesaggistico-ambientale esistente sull'area in cui sorge la discarica e al rischio idrogeologico e sismico ivi presente e "quali iniziative intenda assumere il Governo per prevenire l'apertura di una nuova procedura di infrazione da parte dell'Unione europea nei confronti dell'Italia in relazione alla gestione della suddetta discarica, con conseguente danno erariale".

Occorre far luce sulla vicenda. Non è tollerabile questa ambiguità da parte delle istituzioni. La discarica di Celico di cui si è parlato tanto in tutti questi anni, non avrebbe mai dovuto essere autorizzata. Non è tollerabile che a pagarne le conseguenze debbano essere ancora una volta i cittadini della presila cosentina. Chi pagherà per tutto questo? Attendiamo una celere risposta da parte del Governo, il quale non può continuare ad assecondare con il suo silenzio, una classe politica regionale che ha calpestato troppe volte la dignità e le risorse dei calabresi.


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